PIERLUIGI MICHELI E’ “USCITO DALLA NOSTRA VISTA NON DALLA NOSTRA VITA” – Angelo Nocent

Pierluigi Micheli tomba

 Era finita tra una montagna di carte. Ho fatto tribolare Don Giovanni che aveva da poco traslocato dalla Basilica di San Marco, dove era parroco, a quella di Sant’Ambrogio dove attualmente risiede. Dopo una settimana di vane ricerche, si è dovuto arrendere: “non la trovo più“. Oggi, cercando altro, con mia somma sorpresa e gioia, è riemersa. Eccola:

OMELIA DURANTE LA LITURGIA FUNEBRE

A SUFFRAGIO DEL DOTT. PIERLUIGI MICHELI

Milano 24 giugno 1998

Letture:

  • Siracide 39, 1-11

  • Salmo: Sapienza 9

  • 1Corinzi 15, 51-58

  • Vangelo secondo Luca 10, 25-37

 

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Siamo qui attorno alle spoglie mortali (le “sante reliquie”) del nostro fratello Piero, il Dott. Micheli, con una profonda mestizia nel cuore (come Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro), perché è stato sottratto alla nostra vista un grande uomo, un ottimo medico, un vero cristiano, un autentico maestro di vita e, per molti (come per me) un sincero amico.

La mestizia (soprattutto in un funerale come questo, è serena, perché, come diceva ieri il Card. Saldarini (che è venuto a celebrare una Santa Messa per il suo amico) “morire non vuol dire sparire; cambia solo il modo di vivere; dal modo di vivere terreno al modo di vivere eterno”.

Il nostro fratello Piero è uscito dalla nostra vista, non dalla nostra vita. E’ giunto per lui il momento di “passare da questo mondo al Padre”. E’ passato dalla clausura della morte all’aurora della vita eterna. Ha celebrato al sua ultima Pasqua. Si è addormentato nel Signore, in attesa di risvegliarsi nella Risurrezione.

E’ per sempre con il Signore, nella pace.

E’ per sempre con noi. Nel nostro cuore.

Anzi, in questo momento di serena letizia sento nel cuore l’esigenza profonda di rendere grazie al Signore per averci donato questo fratello e per tutto ciò che ci è stato dato attraverso la sua luminosa testimonianza.

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Il nostro fratello Piero è stato per molti di noi un vero Buon Samaritano.

Sulla comune strada della vita, la strada che da Gerusalemme (città di Dio) scende a Gerico (città dell’uomo), molti hanno incontrato il Dott. Micheli come buon samaritano:

  • la sua presenza discreta, rispettosa, schiva, ma sinceramente affettuosa e attenta alle persone;

  • la sua signorilità di tratto e gentilezza per la “sobrietà” in tutti i rapporti (la “sobrietas” dei latini, soprattutto quella cantata da Sant’Ambrogio, da lui più volte citato: “Te mens adoret sobria” !),

  • ma che talora diventava la “sobria ebrezza dello spirito”.

Certo, è stato un  Buon Samaritano innanzitutto con i suoi ammalati.

Viveva per loro: erano il suo grande amore.

Andava in vacanza malvolentieri; avrebbe preferito rimanere a Milano per stare più vicino a loro. E anche in vacanza si manteneva in continuo contatto telefonico. E in questi ultimi anni, costretto ogni tanto a fermarsi per motivi di salute, appena stava meglio, riprendeva subito le visite. In questi ultimi giorni poi, quante volte, nei momenti di semi-lucidità chiedeva il camice e le cartelle…

Noi medici (diceva) abbiamo scelto la professione migliore, quella che ci mette continuamente a contatto con le persone”.

Il Dott. Micheli, però, – ed è questa una sua peculiare caratteristica – nei rapporti con gli ammalati e con tutti coloro che avvicinava era un Buon Samaritano dei corpi e delle anime, “medico dei corpi e delle anime”. Era profondamente convinto che la forma più alta di carità è la comunicazione della verità; la carità di far conoscere la luce pura e rasserenante della verità: il “gaudium veritatis” ((S. Ambrogio).

E’ stato un grande ricercatore di sapienza, e poi “diffusore di quella sapienza” di cui ha parlato la prima Lettura: il gusto del vero, del bello, del bene: l’arte di ben pensare e di ben vivere.

Nei suoi appunti ho trovato molte riflessioni su questo argomento:

  • Vivere è conoscere”;

  • Non il vivere è da tenere nel massimo conto, ma il vivere bene: e il vivere bene è lo stesso che il vivere con virtù. Giustizia e conoscenza” (Socrate);

  • Tanto godi quanto ami; tanto ami quanto conosci” (S. Bonaventura).

Per questo è stato un grande sostenitore dell’Università della terza età.
In uno degli ultimi colloqui mi diceva: “Questa università è un’opera di altissima utilità, perché educa alla razionalità. Alla dialettica, e porta alla trascendenza (al di là di ogni confessionalità): e poi trasmette la sapienza di Santa Madre Chiesa “Cattolica”: una sapienza che non è nostra, noi la riceviamo e dobbiamo trasmetterla con umiltà”.


E attingeva questa “sapienza” innanzitutto dai grandi pensatori dell’antichità classica. Aveva un enorme ammirazione di Socrate, Platone, dei neoplatonici, dei dei pitagorici: nei suoi appunti sono più volte citati, in greco o in latino…

Vedeva in questi autori antichi “i semi del Verbo”. Vi scopriva “un’anticipazione del Vangelo”. Vi trovava con gioia e stupore “tante scintille evangeliche”.

Condivideva l’idea di alcuni scrittori antichi che definivano Platone “Mosè che parla in greco”. E si rallegrava di ricordare Clemente Alessandrino (fine II secolo) il quale reputava Platone “un precursore di Cristo”, citava Socrate e Pitagora a sostegno della verità dell’insegnamento cristiano e considerava la storia degli imperi d’Oriente come provvidenziale preparazione all’avvento del Messia.

Con queste convinzioni più volte ripeteva la frase “homo naturaliter christianus” (l’uomo è naturalmente cristiano).

Ricordava spesso l’immagine di Platone: possiamo affrontare il mare della vita con una “zattera” (che è la parola della sapienza umana), ma noi ora possiamo fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su “una più solida nave”, che è la Divina Rivelazione, contenuta nelle Sante Scritture.

Perciò, fonte primaria della sua sapienza era la meditazione della Parola di Dio. Quanti brani dell’Antico e del Nuovo Testamento, citati e commentati nei suoi appunti.

dante 1E quasi sintesi della sapienza antica e di quella rivelata, per il Dott. Micheli, era la Divina Commedia. Dante è definito “nostro contemporaneo”, “Dante o l’universale di tutti i tempi”. Questo Buon Samaritano, però, riusciva a trasmettere la medicina spirituale della sapienza, la luce pura e rasserenante della verità” in modo credibile, perché chiunque lo accostava o lo ascoltava, avvertiva subito che trasmetteva un’esperienza di fede che viveva…Si capiva subito che credeva e viveva quello che diceva! Non era solo un maestro: era innanzitutto un testimone ! E “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri: se ascolta un maestro, lo fa perché è anche un testimone”.

Era forse la cosa che più stupiva avvicinando il Dottor Micheli: pur essendo un uomo di spessore culturale non comune, aveva una fede semplice, limpida, quasi infantile: viveva la “semplicità evangelica”, “l‘infanzia spirituale”. Credo che non l’abbia mai sfiorato un dubbio. Era ovvio, naturale, per lui il credere…
Anche il suo volto, il suo sorriso (talvolta attraversato da una sottile ironia) aveva qualcosa della semplicità infantile.

E la sua fede, semplice e autentica, illuminava il suo volto.

Non dimenticherò mai la luminosità dei suoi occhi, l’irradiazione del suo volto, la “pace soave” che emanava a tutto il suo corpo, anche negli ultimi giorni, in cui è “passato attraverso la grande tribolazione”. Credo profondamente che la fede si trasmette soprattutto attraverso la luminosità di volti come questo.

Ed era una fede autentica, robusta, schietta.

Nei miei ultimi incontri, il mio saluto era sempre una famosa espressione di Dante: gli dicevo: “Dottore, in tua voluntade…” “e nostra pace” rispondeva prontamente.

Anzi, dopo il rpimo infarto, l’ho incontrato in camera di rianimazione: al mio abituale saluto rispose come al solito, ma ebbe anche la forza di aggiugere : “…però, Don Giovanni, nella Divina Commedia c’è un testo ancora più bello, quando si canta “fiat voluntas tua, Alleluia, alleluia”: “fare la volontà di Dio con gioia”.  

La sua fede si alimentava con una costante preghiera: la Liturgia delle Ore, un suo libro di preghiere (che voleva sempre con sé anche all’Ospedale), il Rosario (sempre in mano, sino alla fine).

Ci sono, tra i suoi appunti, riflessioni bellissime su questo tema: “è più importante ciò che avviene nel cuore e nella mente che non quello che succede nella realtà. La preghiera del mattino accende il cero de illumina tutta la nostra giornata”. “Il Padre nostro è una preghiera corale che tutti gli uomini possono dire e che nella sua universalità non è legata a una corrente di pensiero: è la preghiera dell’uomo”.

La sua fede si esprimeva nella carità, che però (secondo il suo stile) era discreta, nascosta, nota solo al Padre Celeste “che vede nel segreto del cuore”. Quante volte gli mandavo dei poveracci per una visita medica, attenta, puntuale, e lui se li prendeva a cuore. Anzi, avrebbe voluto fare sempre il medico nella logica della gratuità…

Da ultimo la sua fede è stata purificata in questi ultimi mesi dalla lunga malattia, con continue sorprese. Avremmo desiderato che gli fosse risparmiato qualcosa…, ma ci inchiniamo davanti al mistero della volontà di Dio, ripetendo le parole di Giobbe (un libro a lui particolarmente caro): “Chi sono io per oscurare con la mia insipienza la sua imperscrutabile sapienza?” Non ci è dato di capire, ci è chiesto di accettare, fidandoci di Lui.

Ho trovato nei suoi appunti:

  • Come dice il Salmo: gli anni passano presto e noi ci deleguiamo…Ma questi ricordi anziché intristirmi mi hano dato conforto: solo così potrò vedere il Signore (come insegna Giobbe).

  • Ospedale: cattedra di vita”.

  • Passando per la valle del pianto la cambia in sorgente…Fa’ che io non consideri questa malattia come una specie di morte: separato dal mondo, spogliato di tutti gli oggetti dei miei attaccamenti, per implorare dalla tua misericordia la conversione del mio cuore”.

  • La malattia: momento favorevole per la nostra correzione, per la nostra conversione”.

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Conclusione

Caro Dottor Micheli, ora vedi esaudito il tuo più grande desiderio: “il tuo volto, Signore, io cerco: non nascondermi il tuo volto”.


Hai cercato il volto di Dio, navigando per il mare della vita con la zattera della sapienza antica e soprattutto con la nave più sicura della Divina Rivelazione.

E ora i tuoi occhi vedono il volto di Dio “faccia a faccia”, “non più da straniero ma da amico”.

E noi ci rivolgiamo a Dio pregando per te con le parole bellissime della Liturgia: “mite e festoso ti appaia oggi il volto di Cristo, per essere per sempre con Lui nella pace”.

Ma io oso rivolgere a te una preghiera, quella che nella Bibbia è più volte rivolta a Dio: “fa’ splendere su di noi il tuo volto…”

  • Fa’ splendere su di noi il tuo volto, luminoso, raggiante (come il volto di Mosè quando scendeva dal Monte Sinai); il tuo volto, pieno di stupore, sorpreso dal Mistero, sopraffatto dalla grandezza incommensurabile dei misteri celebrati…; il tuo volto, che irraggiava una pace soave, la pace profonda del cuore…

  • Fa splendere il tuo volto sulla consorte Augusta, amatissima da te e da tutti noi.

  • Fa splendere il tuo volto sui tuoi familiari, sui tuoi collaboratori, medici e infermieri (i tuoi “confratelli”).

  • Fa splendere il tuo volto su questa comunità parrocchiale, che ti ricorderà sempre come il migliore dei suoi figli, come il più saggio e il più santo fra i suoi fedeli.

  • Siamo certi: invisibili legami creano vincoli eterni fra noi e te, che non sei deceduto, ma ci hai preceduto, sull’altra sponda, la sponda dell’Eterno, la Città della gioia.

         Don Giovanni Marcandalli.

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I TESTI DELLA LITURGIA FUNEBRE

Bibbia EDU:

Siracide – Capitolo 39

1 Egli ricerca la sapienza di tutti gli antichi e si dedica allo studio delle profezie.
2Conserva i detti degli uomini famosi e penetra le sottigliezze delle parabole, 3ricerca il senso recondito dei proverbi e si occupa degli enigmi delle parabole.
4Svolge il suo compito fra i grandi, lo si vede tra i capi, viaggia in terre di popoli stranieri, sperimentando il bene e il male in mezzo agli uomini.

5Gli sta a cuore alzarsi di buon mattino per il Signore, che lo ha creato; davanti all’Altissimo fa la sua supplica, apre la sua bocca alla preghiera e implora per i suoi peccati.

6Se il Signore, che è grande, vorràegli sarà ricolmato di spirito d’intelligenza:
come pioggia effonderà le parole della sua sapienza e nella preghiera renderà lode al Signore.
7Saprà orientare il suo consiglio e la sua scienza 
e riflettere sui segreti di Dio.
8Manifesterà la dottrina del suo insegnamento, si vanterà della legge dell’alleanza del Signore.
9Molti loderanno la sua intelligenza, egli non sarà mai dimenticato; non scomparirà il suo ricordo, il suo nome vivrà di generazione in generazione.

10I popoli parleranno della sua sapienza, l’assemblea proclamerà la sua lode. 11Se vivrà a lungo, lascerà un nome più famoso di mille altri e quando morrà, avrà già fatto abbastanza per sé.

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Sapienza – Capitolo 9

Preghiera di Salomone

1″Dio dei nostri padri, Signore che ami e perdoni, tu con la tua parola hai fatto l’universo, 2con tutta la tua saggezza hai formato l’uomo perché sia signore di tutto quel che hai creato, 3perché governi il mondo con animo retto e giusto e pronunzi i suoi giudizi con imparzialità.

4Dammi la sapienza che ti consiglia quando governi, non escludermi dal numero dei tuoi figli. 5Io sono tuo servo, ti appartengo come figlio della tua schiava, sono un uomo debole e di vita breve, ho scarsa esperienza e conosco poco il diritto e le leggi.

6Ma anche l’uomo più bravo di tutti non conterebbe niente senza la sapienza che viene da te.

7Tu mi hai scelto come re del tuo popolo, come giudice dei tuoi figli e delle tue figlie 8Mi hai comandato di costruire un tempio sulla montagna santa e un altare nella città dove tu abiti: doveva essere come la tenda sacra che avevi preparato dall’inizio.

9La sapienza è con te e conosce quel che fai; era presente quando creavi il mondo. Sa quello che ti piace, quel che è giusto e conforme ai tuoi comandi.

10Dal cielo, che è la tua dimora, e dal trono ove siedi glorioso, mandami la sapienza, perché sia sempre al mio fianco e fatichi con me: allora io imparerò quel che ti piace.

11Lei sa e capisce ogni cosa, mi guiderà con intelligenza nel mio lavoro, e mi proteggerà con la sua presenza. 12Così tutto quel che faccio ti sarà gradito.

Governerò il tuo popolo con giustizia e sarò degno del trono di mio padre”.

13Chi tra gli uomini potrà mai conoscere la volontà di Dio? Chi potrà sapere quel che il Signore vuole?

14Noi siamo fragili, ragioniamo tra mille dubbi e incertezze. 15Il nostro corpo è mortale, è fatto di terra e grava sull’anima.È come una tenda che pesa e che opprime una mente già carica di pensieri.

16A stento possiamo immaginare le cose del mondo, anche quelle che sono a nostra portata, le scopriamo a fatica. Ma le cose del cielo, chi mai ha potuto esplorarle?

17Nessuno ha conosciuto la tua volontà se non eri tu a dargli la sapienza, se dal cielo non gli mandavi il tuo spirito santo.

18Solo così gli abitanti della terra han potuto correggere il loro modo di vivere, hanno imparato quel che ti piace e furono salvati per mezzo della sapienza

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1 Corinti 15, 51-58.

51Ecco, io vi dico un segreto. Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati 52in un istante, in un batter d’occhio, quando si sentirà l’ultimo suono di tromba. Perché ci sarà come un suono di tromba, e i morti risusciteranno per non morire più e noi saremo trasformati. 53Quest’uomo che va in corruzione, deve infatti rivestirsi di una vita che non si corrompe, e quest’uomo che muore, deve rivestirsi di una vita che non muore. 54E quando quest’uomo che va in corruzione si sarà rivestito di una vita che non si corrompe, e quest’uomo che muore si sarà rivestito di una vita che non muore, allora si compirà quel che dice la Bibbia:

La morte è distrutta! la vittoria è completa!

55O morte, dov’è la tua vittoria?

O morte, dov’è la tua forza che uccide?

56La morte prende il suo potere dal peccato, e il peccato prende la sua forza dalla Legge. 57Rendiamo grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

58Così, fratelli miei, siate saldi, incrollabili. Impegnatevi sempre più nell’opera del Signore, sapendo che, grazie al Signore, il vostro lavoro non va perduto.

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Vangelo secondo Luca 10, 25-37

La parabola del buon Samaritano

25Un maestro della Legge voleva tendere un tranello a Gesù. Si alzò e disse:

– Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?

26Gesù gli disse:

– Che cosa c’è scritto nella legge di Mosè? Che cosa vi leggi?

27Quell’uomo rispose:

– C’è scritto: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso.

28Gesù gli disse:

– Hai risposto bene! Fa’ questo e vivrai!

29Ma quel maestro della Legge per giustificare la sua domanda chiese ancora a Gesù:

– Ma chi è il mio prossimo?

30Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gèrico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. 31Per caso passò di là un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. 32Anche un levita del Tempio passò per quella strada; lo vide, lo scansò e prosegui. 33Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione.

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PREGHIERA DEL MEDICO (Maimonide) – Pierluigi Micheli

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Maimonide 3Preghiera tanto cara al Dr. Pierluigi Micheli, venne pubblicata per la prima volta in una rivista tedesca, nal 1793, e presentata come “Preghiera quotidiana di un medico prima della visita ai suoi pazienti. Dal manoscritto ebraico di un famoso medico ebreo egiziano del XII secolo “. L’allusione è a MOSE’ MAIMONIDE (1135-1204), ma l’attribuzione è molto dibattuta. Sembra che la preghiera sia stata composta da uno scrittore del XVIII secolo, probabilmente Marcus Herz, medico tedesco discepolo di Immanuel Kant. Manca però una prova assoluta, e forse non si potrà mai scoprire la vera paternità. Comunque, nei contenuti, sembra scritta di proposito per i medici odierni.


Gesu crocifissoDio onnipotente,

Tu hai creato il corpo umano con infinita sapienza.
Diecimila organi per diecimila volte hai combinati in esso,
perché agendo incessantemente e con armonia
ne preservino l’insieme in tutta la sua bellezza:
il corpo, involucro dell’anima immortale.
E agiscono sempre con un ordine perfetto e in armonioso accordo.
Ma quando la fragilità della materia o l’impeto delle passioni
ne sconvolgono l’ordine e ne interrompono l’accordo,
le forze si scontrano e il corpo crolla
per tornare nella polvere dalla quale è venuto.

milano.gifTu mandi all’uomo le malattie quali benefici messaggeri
per avvertirlo del pericolo che lo minaccia
e perché lo sollecitino ad evitarlo.

Tu hai benedetto la Tua terra, i Tuoi fiumi e le Tue montagne
con sostanze benefiche che permettono alle Tue creature
di alleviare le loro sofferenze e guarire le malattie.

Tu hai dotato l’uomo di saggezza, perché possa lenire il dolore del fratello,
individuarne i disturbi, estrarre dalla natura le sostanze medicamentose,
scoprirne il potere, prepararle e somministrarle a seconda della malattia.

Nella Tua Eterna Provvidenza,
Tu hai scelto me per vigilare
sulla vita e sulla salute delle Tue creature.
Ora sto per dedicarmi ai compiti della mia professione.
Sostienimi, o Dio onnipotente, in questa importante impresa,
affinché io possa essere di giovamento all’umanità,
poiché senza il Tuo aiuto nulla potrà avere buon esito,
neppure la più piccola cosa.

Infondi in me l’amore per la mia arte e per le Tue creature.
Non permettere che la sete di guadagno,
l’ambizione di essere noto e ammirato,
ostacolino la mia professione,
perché questi sono i nemici della verità e dell’amore per l’umanità
e potrebbero sviarmi dal grande compito
di dedicarmi al benessere delle Tue creature.

Fiori . violetteConserva al mio corpo e alla mia anima la forza necessaria
per essere sempre pronto ad aiutare serenamente
e ad assistere sia i ricchi che i poveri,
i buoni come i cattivi, i nemici come gli amici.

In colui che soffre concedimi di vedere solo l’essere umano.
Illumina la mia mente perché veda con chiarezza ciò che le sta davanti
e intuisca ciò che è assente o nascosto.
Fa’ che io possa riconoscere ciò che è visibile,
ma non permetterle di arrogarsi il potere
di vedere ciò che non può essere visto:
delicati e infiniti sono infatti i confini di quella grande arte
che è la cura della vita e della salute delle Tue creature.

Fa’ che io non mi distragga mai.
Che nessun pensiero estraneo
svii la mia attenzione al capezzale del malato,
né disturbi il silenzioso lavoro della mia mente,
perché grandi e sacre sono le profonde deliberazioni necessarie
per vigilare sulla vita e sulla salute delle Tue creature.
Fa’ che i miei pazienti abbiano fiducia
sia in me che nella mia arte,
e seguano le mie istruzioni e i miei consigli.

Allontana da loro tutti i ciarlatani,
la moltitudine di parenti premurosi e saccenti,
poiché spesso rendono inutili gli intenti
più assennati della nostra arte
e spesso portano le Tue creature alla morte *.

Davide re- Il cantore dei salmiSe qualcuno più saggio di me
volesse migliorarmi e consigliarmi,
fa’ che la mia anima segua con gratitudine la sua guida;
perché vastissima è l’estensione della nostra arte.
Se però qualche sciocco presuntuoso
impedisse con la sua critica il mio lavoro,
fa’ che l’amore per la mia arte
mi dia il coraggio incrollabile di affrontarlo
e di continuare risoluto senza alcun riguardo
per la sua età, reputazione, fama,
perché se mi arrendessi le Tue creature
soccomberebbero alla malattia e alla morte.
Riempi la mia anima di gentilezza e di calma
quando i colleghi più anziani, forti della loro età,
dovessero soppiantarmi, disdegnarmi
o ammaestrarmi con atteggiamento sprezzante.

Fa’ che io possa giovarmi anche di questo,
perché loro sanno molte cose che io ignoro,
ma aiutami a non soffrire per la loro arroganza.
Anch’io spero di poter giungere alla vecchiaia su questa terra,
davanti a Te, o Dio onnipotente.

Gesu Cristo-tra-i-dottori-del-tempioFammi essere soddisfatto di ogni cosa,
eccetto della grande scienza della mia professione.
Non permettere che nasca in me il pensiero
di aver raggiunto una conoscenza sufficiente,
ma concedimi la forza, la possibilità
e l’ambizione di ampliarla sempre più.
Perché l’arte è grande, ma la mente dell’uomo
è in continua espansione.

O Dio Onnipotente!
Tu mi hai scelto nella Tua misericordia
per vigilare sulla vita e sulla morte delle Tue creature.
Adesso io mi dedicherò all’esercizio della mia professione.
Sostienimi in questo compito,
affinché l’umanità possa beneficiarne,
poiché senza il Tuo aiuto
neppure la più piccola cosa
potrà avere buon esito.
 
 
*nella versione originale è: “…la moltitudine dei parenti premurosi e degli infermieri saccenti, tutta gente crudele che rende inutili con la loro arroganza gli intenti più assennati della nostra arte e spesso porta le Tue creature alla morte.” Va tenuto presente che siamo nel XII° secolo (1135-1204)

 Maimonide 1

PIERLUIGI MICHELI – CIMITERO MONUMENTALE DI MILANO

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RURSUM POST TENEBRAS SPERO LUCEM
Giobbe 17, 11-16

Giobbe si affida alla tomba

11 “I miei giorni passano,
i miei piani e i miei sogni svaniscono.
12 Gli uomini scambiano la notte
con il giorno,
dicono che la luce è più vicina
delle tenebre.
13 Anche se spero, la mia dimora
è nel mondo dei morti,
là sarò disteso nell’oscurità.
14 Alla fossa ho detto: “Tu sei mio padre!
al verme ho detto: “Tu mi sei madre
e sorella”.
15 Dove sei, ora, mia speranza?
Chi ti vedrà più?
16 Scenderai con me nel mondo dei morti,
assieme finiremo nella polvere”.

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Caro Pierluigi Micheli,

permettimi di parlarti come ad un amico di vecchia data.

L’altra notte (20 Giugno 2014), ancor prima dell’aurora, sei venuto a visitarmi nel sonno. Non so bene dove mi trovavo. Ricordo solo che dovevo collocare in un posto di transito il quadro con la tua foto che sta tra gli scaffali della mia libreria, ben in vista alla tanta gente che affollava i locali e andava su e giù per le scale.

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Durante l’affannosa ricerca per collocarlo nel posto più visibile, mi sono svegliato di soprassalto e mi sono detto: “…ma in questi giorni è l’anniversario…che sia oggi…che sia già passato…” E non mi veniva in mente la data esatta. Così mi sono alzato per andar a verificare: 22 giugno 1998. Due conticini per dedurre che sono già trascorsi 16 anni dalla tua Pasqua eterna e nascita al Cielo.

 

Passato il sonno, sono sceso a farmi un caffè ma non ho più avuto pace: una voce interiore, insistente, mi diceva: “oggi vai a Milano al Cimitero Monumentale, vieni a trovarmi dove non sei mai stato…ti aspetto”.

Durante il giorno ho tergiversato al pensiero di dovermi fare non solo una cinquantina di chilometri ma che sarei finito in quel caos stradale che c’è sul piazzale del Camposanto per via di eterni lavori in corso. Ed è successo come immaginavo.

Lavori in corso di fronte al Cimitero Monumentale (foto Pietro Baroni)

Lavori in corso di fronte al Cimitero Monumentale (foto Pietro Baroni)

Poi ti ho invocato e, miracolosamente, ho perfino trovato da parcheggiare gratuitamente in una stradina, all’ombra del sacro recinto.19-SAM_6225

Con l’indirizzo nel taschino “N. 921 – Rialzo di ponente“, mi sono messo alla ricerca della tomba che ho trovato abbastanza in fretta. E adesso sono qui a riprodurla, come mi hai richiesto.

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Dopo le angoscianti parole di Giobbe che ho trovate su un portale, consolante l’impatto con questo testo riepilogativo del pensiero di Paolo “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?… Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!(Cor. 15, 50 – 56), un rendimento di grazie al quale ho dato la mia piena adesione di fede. Ma, fotografando di qua e di là, vedendo così tanti monumenti insigni, mi son tornate in mente le parole pasquali del Vangelo di Luca: “PERCHE’ CERCATE TRA MORTI COLUI CHE E’ VIVO?” (Lc 24, 1-12).

Ed ho pensato a Maria di Magdala, a Giovanna e Maria di Giacomo.
E alle altre che erano insieme e che andarono a raccontarlo agli apostoli.
E la loro reazione: “Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse”.
Così mi sono ripetutamente chiesto il significato di tale chiamata. Solo per dirmi “PERCHE’ CERCATE TRA MORTI …?”

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Di te nemmeno una piccola foto. Ma il nome basta e il titolo accademico va oltre il significato professionale: MEDICO DI DIO PER LA CITTA’ DELL’UOMO. Perché così hai speso la tua vita.

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basilica_sanmarco_milanoChiesa di San Marco – Milano

Qui hai pregato, ascoltato Mozart, Verdi, qui hanno pregato per te…« In paradisum deducant te Angeli; in tuo adventu suscipiant te martyres, et perducant te in civitatem sanctam Ierusalem. Chorus angelorum te suscipiat, et cum Lazaro quondam paupere æternam habeas requiem. »”

« In paradiso ti accompagnino gli Angeli, al tuo arrivo ti accolgano i martiri e ti conducano nella santa Gerusalemme. Ti accolga il coro degli Angeli e con Lazzaro, povero in terra, tu possa godere il riposo eterno nel cielo. »

Pierluigi Micheli

“PERCHE’ CERCATE TRA MORTI …?”

Forse volevi dirmi

che con Gesù la morte non interrompe la vita, ma le permette di fiorire in una forma nuova, piena e definitiva,
che la morte non allontana i nostri cari da noi, ma li avvicina,
che la loro non è un’assenza, ma una presenza.
Volevi dirmi che la morte non interrompe la vita?
“Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”. Cosa può significare?

In Galilea Gesù non aveva parlato di peccatori, aveva parlato di anziani (i presbiteri), di sommi sacerdoti e di scribi, cioè i componenti del sinedrio, il massimo organo giuridico di Israele. Ora, dopo la morte di Gesù, costoro vengono qualificati come peccatori. Viene detto che i peccatori non sono quelli che trasgrediscono la legge, quelli che non riescono ad osservare tutti i dettami della legge, ma sono – e la denuncia dell’evangelista è tremenda – proprio coloro che pretendono di rappresentare Dio.

SAM_6166Coloro che si presentano o pretendono di essere i rappresentanti di Dio, per l’evangelista, in realtà sono peccatori, perché hanno anteposto il proprio interesse all’interesse degli altri, la propria convenienza al bene degli altri. Per questo hanno assassinato Gesù, per la loro convenienza.

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Mamma mia, non voglio giudicare nessuno e, tanto meno, schierarmi dalla parte dei giusti. Anch’io mi sento di appartenere alla classe dei “peccatori”, a coloro che l’evangelista liquida con questa espressione “i peccatori”.

Ebbene le donne, nell’udire queste parole, si ricordano l’annuncio di Gesù e vanno loro stesse – pur se all’epoca considerate le più lontane da Dio – vanno ad annunciare, a fare lo stesso lavoro, la stessa attività degli angeli, coloro che portano gli annunci agli undici. Stupendo: gli apostoli sono stati evangelizzati dalle donne.

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C’è un significato anche per l’oggi? E perché proprio a me vieni a dire che il ruolo della donna nel vangelo di Luca è importantissimo? Perché vieni a ricordarmi – a me uomo – che sono le donne che annunciano agli uomini che la vita è più forte della morte, ma gli uomini non ci credono?

Mi rendo conto che l’evangelista denuncia una mentalità maschilista e misogina, e il suo commento è severo: “Quelle parole parvero loro come vaneggiamento e non credevano ad esse”.

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Le donne, per il fatto che Sara aveva risposto a Dio con una innocente bugia, non era considerata credibile. La loro testimonianza non era valida. E gli uomini, gli undici, nonostante l’insegnamento di Gesù, nonostante Gesù avesse accolto al suo seguito delle donne che qui appaiono come Maria Maddalena e Giovanna, sono ancora condizionati da questa mentalità. Quindi, quando le donne sono portatrici di un annuncio della vita che è più forte della morte, quest’annuncio non ha effetto, condizionato dalla mentalità maschilista, dalla misoginia del gruppo maschile che segue Gesù. Ma in tutto questo, io cosa c’entro?

Pietro al sepolcro

C’è un’eccezione. Pietro, che anche lui fa parte di questo gruppo, si mette in marcia, si mette in movimento verso il sepolcro, ma vede soltanto un sepolcro vuoto.

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Ecco il messaggio per me:

al sepolcro non c’è nulla da vedere.
Ora c’è soltanto una Parola da ascoltare,
da accogliere e far fiorire nella propria esistenza.
Se puoi – e so che puoi – dammi una mano. Perché sono sì un uomo. Ma, proprio per questo, assai poco credibile per dirlo in giro. Del resto, perché sei stato collocato nel trio MICHELI-PAMPURI-MARTINI come guida dei GLOBULI ROSSI?

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Così ho potuto visitare anche la tomba di Don Giussani che ho cercato a naso e che, fortunatamente, – più sontuosa e visibile della tua – è collocata nei pressi.

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TUTTO SU PIERLUIGI MICHELI:

https://pierluigimicheli.wordpress.com/

1-Martini Carlo Maria e Micheli dr. Pierluigi

1-Martini Carlo Maria e Micheli dr. Pierluigi

PIERLUIGI MICHELI – FREQUENTAZIONI – Don Giovanni Marcandalli

Don Giovanni Marcandalli, parroco della Basilica di San Marco in Milano, è stato il confidente e amico del Dott. Pierluigi Micheli. Da questi pochi sprazzi di luce ricavati da una sua recente pubblicazione, si capisce il perché di questa amabile frequentazione. In un’omelia, ho appreso che il loro era un vicendevole arrichirsi di pensieri di Cielo, pur nella concretezza del vivere.

A lui è toccato di celebrare la Liturgia funebre per la morte dell’amico. In quella circostanza non ha avuto esitazioni:

Siamo qui attorno alle spoglie mortali (“le sante reliquie”) del nostro fratello Piero, il Dott. Micheli, con una profonda mestizia nel cuore (come Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro), perché è stato sottratto alla nostra vista un grande uomo, un ottimo medico, un vero cristiano, un autentico maestro di vita e, per molti (come per me) un sincero amico”.

Fa’ splendere il tuo volto su questa comunità parrocchiale che ti ricorderà sempre come il migliore dei suoi figli, come il più saggio e il più santo fra i suoi fedeli ”.

La sua follia, come lui la definisce, la illustra bene il Card. Tettamanzi che ha curato la prefazione del libro: 

Mosso da una passione incontenibile per il Vangelo, ha sognato di creare una Parrocchia in cui ci fosse “solo il Vangelo, il nudo Vangelo, il Vangelo allo stato puro”. 

Ha sognato cuna comunità con scintille di fuoco evangelico, una Chiesa “lucidamente e arditamente evangelica”. E’ un sogno nato dall’interrogativo più radicale e più drammatico, che ha tormentato da sempre don Giovanni e che si ripropone ininterrottamente come un ritornello: “Ma noi, noi cristiani, che ne abbiamo fatto di Cristo e del suo Vangelo?”.

IL SANTO DEI SANTI O CELLA DELLA DIVINA PRESENZA

Che cosa sia mai, ce lo spiega Don Giovanni:

La preghiera, l’opera più difficile

Dispiace troncare qui l’imedesimazione nel sogno e nella follia di Don Giovanni Marcalli. Il libro meriterebbe di essere letto e riletto. Mi limito a riportare l’ultima pagina:

 

01.1 – INTRODUZIONE – Un racconto-biografia di Pierluigi Micheli – Andrea Martano

Introduzione
Un racconto-biografia di Pierluigi Micheli


Si trattava nient’altro che di un caso. Eppure era trascorso esattamente un anno e un giorno dalla sua morte quando mi ritrovai ad ascoltare la sua storia nel salotto della sua casa milanese.

Soggetto insolito e per di più ancora sconosciuto, il dottor Pierluigi Micheli ha rivissuto per immagini dinanzi ai miei occhi curiosi grazie a un quieto racconto: pochi istanti fra quelli della sua lunga vita da custodir con cura per chi ha vissuto accanto a lui, da giustapporre per chi ne ha conosciuto frammenti, da svelare per chi mai l’ha veduto.

Una storia nuova per me e per molti; un uomo da conoscere “a tutto tondo”, per riascoltarne i pensieri, per sentirlo ancora parlare.

Mi sta a cuore, prima di cominciare, una considerazione che ai più parrà banale: poco ci è dato di conoscere di un uomo che non sia noi stessi.

Ci è permesso di sapere solo ciò che la volontà dell’altro manifesti. Chi ben conobbe Pierluigi Micheli già mi comprende: egli gelosamente nascose molto di sé. Ed è per questo che cerchiamo, io che scrivo e chi gli fu vicino, quel sottile, ma saldo filo conduttore che lo rese inconfondibilmente “figura” affascinante.

I racconti spigolati qua e là, i molti aneddoti ascoltati, le numerose carte di suo pugno sugli argomenti più diversi danno le prime pennellate. Ma il quadro potrà essere completo quando, accanto alla verosimiglianza da ritratto, che gli spetta, mostrerà colmati i vuoti del disegno con sottili tracce di colore: quei semitoni che Pierluigi con cura nascose e che adesso insistentemente tornano a riaffiorare.

La voce del racconto aveva un volto: la moglie di Pierluigi Micheli, la signora Augusta. Quando, e non per la prima volta, lei frugò per me fra i ricordi, come nel cassetto delle vecchie pergamene di famiglia, ho cercato a lungo fra gli uni e le altre un modo singolare per dar principio a queste pagine, senza tro vare. Non era necessario: è stata la circostanza a dettare le parole. Era trascorso infatti un anno e un giorno dalla sua morte e nel salotto della sua casa di via Vecchio Politecnico, che spesso lo vide accomodato a parlare dei più vari argomenti, si parlava ancora di lui, Pierluigi Micheli.

C’era un leggero profumo di fiori e la sala era caldamente illuminata dal sole del giugno in declino. Fiori di qualche giorno prima, scoprii più tardi, arrivati per ricordare l’onomastico del nostro a un anno appunto dalla sua morte, avvenuta il 22 giugno 1998.

A partire da questa data si distese una folla di ricordi, affastellati e placidi come un’alba agostana, ritessuti nel giro di poche ore. La voce scorreva, non senza emozione, la vita di un uomo. A quel racconto vorrei ridonare il ritmo pacato e partecipe di chi l’ha seguito: ciò che l’innato scudo di discrezione e di mille pensieri nascose del nostro dottore riprende timidamente vita in queste parole.


Pochi e fulminei i racconti sulle sue prime età, adombrati dal tempo trascorso. Nacque il 27 ottobre 1913 a Pontevico, in provincia di Brescia, da Alfredo, ingegnere, ed Elvira Annovati, figura di grande rilievo nella vita del figlio dal momento in cui questi perse il padre: la Prima Guerra Mondiale infatti, nel 1917, quando Pierluigi aveva soltanto quattro anni, glielo portò via.

Da allora in poi il racconto si vela della presenza materna: donna austera e di antico casato, Elvira si dedicò al figlio con ogni cura.

Tra i due si distese un rapporto strettissimo, di rade confidenze, certamente, ma carico di un forte senso di continuità; le parole della madre, ormai conservate da rare lettere, trasmettono al figlio le direttrici sulle quali si giocherà gran parte della sua vita: un forte senso del dovere, i solidi principi e un’incrol labile fede. Dietro la durezza di certe parole ancora emerge la mano possente che lo sostenne fino al 1955, anno in cui anche la madre venne a mancare.


Agli anni della prima infanzia è annodato un ricordo, tanto determinato nel contenuto quanto sbiadito per le circostanze. Lo lasceremo immobile, com’è, avvolto da quella patina di antico che riveste le sue vicende familiari, quasi fossero tutte trascritte sulle preziose pergamene dell’antica famiglia materna, custodi- te con cura nel cassetto dello scrittoio.

Pierluigi era ancora bambino, ricorda Augusta, quando per la prima volta espresse il desiderio di diventare medico. Non sappiamo come, ma nel racconto riemergono due figure: ancora una volta la madre Elvira e accanto a lei il Conte zio, il cui nome è nascosto dalla solennità del titolo. Furono loro ad appoggiarlo sempre nel suo intento e a divincolarlo dalla tradizione familiare che lo avrebbe voluto militare. Della famiglia dovette amare piut- tosto il sottile gusto per l’arte e la letteratura, di cui spesso si discu- teva, e l’altra antica tradizione: lo studio della medicina.

Infatti una delle pergamene conservate ricorda la concessione di esercitare il mestiere di “fondachiere” a un suo avo, tale Pietro Angelo Annovati di Vercelli: “… date le opportune sufficienti prove della sua intera cognizione e perizia nelle droghe medicinali. … in virtù dell’autorità dalle Regie Costituzioni conferitaci abbiamo permesso, e permettiamo al detto Signor Pietro Angelo Annovati di esercitare la suddetta professione di fonda- chiere in tutti gli stati di S.M. c… Dato in Torino li ventisette del mese di Giugno Millesettecentocinquantacinque”. E già uno dei suoi zii, il conte zio di cui sopra si è detto, era medico.

Di tutto questo Pierluigi sentì certamente il fascino se nessuno mai riuscì a distrarlo dal suo intento.

Il racconto continua placido, scorrendo le poche notizie sulla sua giovinezza. Gli studi liceali brillanti presso il Collegio Villoresi – San Giuseppe di Monza sono documentati da un attestato di merito dell’anno scolastico 1927-28 e da un piacevole aned- doto. Pierluigi infatti era studente a tal punto meritevole da es- sere incaricato di sostituire i docenti mancanti nelle classi inferiori alla sua. Che la sua giovinezza e le qualità umane già allora affascinassero chi lo ascoltava non riesce affatto inatteso.


Poche ancora le parole spese fino all’anno della sua laurea, il 1937. D’altra parte fu da quella data che ai preesistenti talenti dell’uomo si aggiunse il mestiere, cosa che lo ha reso ulteriormente degno di memoria.

I ricordi si fanno ora più fitti: una malattia lo colpì subito dopo la laurea e sembrava non dargli scampo. Ritiratosi presso i frati a San Vigilia non trascorse molto tempo che guarì e poté tor- nare alla sua attività.

Ancora giovanissimo era conteso dai primari di allora che lo volevano alloro seguito. Fra questi solo un nome resta impresso nella sua storia: quello del professar Donati, chirurgo che lo voleva chirurgo. Ma Pierluigi non accettò mai, scegliendo per sé l’esercizio della medicina generale, sentendosi chiamato quasi a una missione al servizio di tutti. Al professar Donati restò però sempre legato: assistette alla sua fuga in America latina, dovuta alle misure antisemite applicate anche in Italia dal 1938 che im- pedivano al Donati di esercitare la sua professione, e ne riaccolse il ritorno a guerra finita. E il racconto si vela di un alone di malinconia.


“Il medico bravo è quello che sbaglia meno” usava ripetere spesso, e Pierluigi fu un medico bravo, un formidabile diagnosta, sempre dotato di una grandissima sensibilità: non lo ricordassero le parole della moglie, potrebbe essere testimonianza di tutto ciò la grande quantità di biglietti e lettere di ogni genere pieni di parole grate e di sincero affetto. Chi fu da lui curato ne ricorda le doti.


Dal 1947 il racconto si fa più dettagliato: proprio in quell’anno, infatti, il 4 Aprile, Pierluigi conobbe Augusta, la voce del nostro racconto. Non a caso anche questo incontro accadde in un ospedale, la casa di cura Igea, dove Augusta assisteva una cugina malata delle cui cure si occupava proprio Pierluigi.

Passata l’emergenza i due non si rividero fino al febbraio 1948, quando Pierluigi si recò a Rapallo proprio per far visita alla cugina di Augusta da breve guarita.

Di lì a poco, il 10 Luglio 1948, si sarebbero sposati nella Cappella privata dei Cavalieri del Santo Sepolcro, in piazza San Simpliciano a Milano.

Le parole della nostra voce si fanno allora più distese, quasi velate da una serena malinconia e talvolta screziate da tratti divertiti. Ma questa è un’altra storia e resta sospesa fra le piacevoli paren- tesi del nostro pomeriggio di inizio estate.


Dal 1948, quindi, seguire le tracce di Pierluigi Micheli non è più difficile. Il racconto perde l’alone misterioso del ricordo in- distinto e indossa abiti più seri, da rassegna di avvenimenti.

Dapprima consulente medico della Rhodiatoce presso l’ospedale San Giuseppe di via San Vittore, nel cuore della sua Milano, dal 1955 collabora presso la clinica Salus, pur continuando a curare i suoi malati da medico generico, cosa che farà fino agli ultimi giorni della sua vita.

Ancora presso l’ospedale San Giuseppe è primario per ben quattordici anni nella divisione di Medicina Generale, posto che lascerà solo nel 1980, all’età di sessantasette anni.

Da allora in poi opera nella clinica privata Sant’Ambrogio, di cui era già so-io dal 1970, fino al maggio 1998, poco prima della morte, avvenuta il 22 giugno dello stesso anno.

Il pomeriggio era già inoltrato, e il sole non più forte tingeva con più delicati raggi la sala; chiedo allora, penna alla mano, con il timore di sollevare non lieti ricordi, le circostanze della malattia e della morte.

Il racconto si fa pacato e lievemente amaro, scandito dalle date.

1° Novembre 1997: al risveglio dal riposo pomeridiano, ancora tranquillo ma visibilmente non in forma, Pierluigi misura la frequenza dei battiti al polso e constata una extrasistole; congeda, rasserenandola, la moglie Augusta, ma poco dopo, alzatosi dal letto, cade rimanendo privo di sensi fino a quando non viene trovato, dopo un’ora e venti minuti, ancora in terra dalla moglie stessa: è un infarto.


Dopo la convalescenza, di soli ventitré giorni, torna al suo lavoro.

Tutto sembra essersi normalizzato fino all’aprile successivo: trascorreva alcuni giorni di vacanza a Crans, nelle Alpi Vallesi svizzere, quando una improvvisa caduta gli causò la frattura di una rotula. Di lì a poco fu necessaria una lunga serie di interventi chirurgici dovuti a incalzanti complicazioni: una perforazione gastroduodenale da medicinali, una peritonite, una seconda perforazione e infine una polmonite, che lo lasciò stremato ormai sul letto di morte.

Nulla di tutto questo riuscì a privarlo della sua serenità. Reso ancor più comprensivo della sorte dei suoi pazienti grazie alla malattia vissuta sulla propria pelle, trascorse, con grande dignità e accettando con gioia quella che per lui era la volontà divina, anche questi giorni così tormentati. La stessa forza d’animo aveva manifestato quando, pochi anni prima della morte, fu colpito da un tumore alla bocca: tutti ricordano la sua fermezza dinnanzi a quel male che gli impediva di nutrirsi e di parlare come un tempo.

Il 22 giugno 1998 si spense. Da quel momento nacque il desiderio di ricordarlo e dal ricordo di quella data prese le mosse il racconto in quel soleggiato pomeriggio del giugno in declino.


Le parole di quel 23 giugno non si persero però soltanto a scorrere gli eventi. Riemersero piacevolmente anche i tratti più comuni delle sue giornate, gli atteggiamenti più consueti, i tempi e i modi dei suoi pensieri.

Si ricostruiva attorno ai momenti il corpo dell’uomo nella sua interezza, riacquistando in un momento la vita perduta.


Qualcuno, facendo un più consueto uso della penna, prenderebbe le mosse dal mattino. Credo, invece, che la parte più personale e intima di Pierluigi Micheli si giocasse nelle veglie notturne. Da qui il principio per il ritratto umano.


Era una notte di pensieri la sua, che si snodava dal termine, assai tardo, della giornata di lavoro, trovava un momento di quiete sulla sua poltrona e continuava, ancora per alcune ore, nel suo studio.
Sempre gli fu complice la musica di Mozart e Bach, da lui amata più d’ogni altra cosa e seconda soltanto alla medicina.

Unico momento di distrazione il bussare, graffiando, del suo gatto ai piedi della porta, a chiedere di entrare nella stanza e nei pensieri.

Così Pierluigi amava fermarsi faccia a faccia con se stesso o ancora trattenersi a studiare di medicina sui suoi libri e sulle riviste scientifiche, soprattutto francesi.

Molte delle conoscenze nel suo campo sorsero in quelle veglie e tante delle sue riflessioni posarono lievi passi sulla carta alla luce di quelle sere. Delle prime si giovarono i suoi pazienti o chi gli chiedeva consiglio, dalle altre noi tenteremo una via di conoscenza dell’uomo.

Se egli amò divagare su Dante, meditare sulle Sacre Scritture e sulla fede, ritessendo i motivi della sua scelta di vita, la medicina, tutto questo poté farlo nel tempo serale che dedicò a se stesso e ai pensieri.

Concedeva al sonno un tempo breve. La sveglia al mattino presto, la cura dedicata alla persona e quell’inconfondibile pro- fumo di colonia che, misto all’odore del tabacco da pipa (da lui tanto amata), per tutta la giornata lo rendeva riconoscibile anche nei corridoi del suo reparto in ospedale, davano inizio alla gior- nata, scandita da un ritmo regolare e intenso: dapprincipio le vi- site ai suoi pazienti nelle case, persone alle quali sempre rimase caro per la perizia e i modi gentili, poi le attività ospedaliere e infine le visite nel suo studio.


Sbaglierebbe quindi chi, dalle mie parole, si figurasse Pierluigi Micheli come un uomo di puro concetto. Se da una parte alla serenità della meditazione egli affidò l’unità dei suoi intenti, dall’altra non si stancò mai di dar loro concretezza durante tutta la sua giornata.


Dedito infatti al suo lavoro fino agli ultimi giorni di vita, colpì tutti, anche chi sempre gli fu vicino, il fatto che si prese cura dei suoi pazienti persino quando egli stesso necessitava di cure. Non solo continuò a dare consulti ai suoi colleghi, ma neppure smise di visitare gli ammalati quando si trovò nel letto di ospedale. E il suo camice era lì accanto, con la pipa nel taschino.

Giammai infatti sembra averlo colto lo sconforto per le sue vicende personali; piuttosto si dava pensiero per i casi partico- lari di cui si occupava, sia che fossero suoi pazienti sia che si trattasse delle persone che usava aiutare.


Senza sprecare, allora, parole di elogio, sempre e con molto riserbo manifestava una grande tensione per gli altri, facendosi strumento di aiuto dinanzi a qualunque richiesta. Non a caso la madre usava spesso dirgli che “la carità esce dalla porta e rientra dalla finestra”: Pierluigi ne fece un motto. Mai infatti si persero le salde trame sulle quali con arte ebbe mo- do di tessere, egli stesso, tutta la sua storia.


Ma le note di profonda umanità appena distese, armonizzate poi dalla melodia continua di una personale e conosciuta sobrietà, che sempre lo trattenne dal dir troppo o troppo poco, accele- rano il ritmo grazie a un tratto che tutti, divertiti e commossi, ricordano come suo caratteristico: lo humour vivace e intelligente. Capace infatti di esprimere le sue idee anche in modo duro e categorico, senza risparmiare moti di disapprovazione là dove li riteneva necessari, seppe anche trovare, con arguzia, piacevoli motti di spirito, pungenti battute. Gli erano dettati, forse, da una “superiore coscienza” delle cose della vita: questa gli permetteva di scherzare con una leggerezza pari alla fortezza dei suoi intenti.


Un tono affettuoso e divertito possedevano anche le parole alla moglie Augusta: sia quelle dette a notar situazioni, sia quelle scritte. E di questo humour si faceva schermo: come racconta Augusta, nelle lettere a lei inviate parlano i gatti, i cani, i luoghi, mai Pierluigi in prima persona. E se squillava il telefono? Succedeva spesso che Pierluigi rispondesse dicendo di essere il “marito di Augusta Micheli”, commentando poi divertito il capovolgimento di ruoli nella sua casa ma dimostrando comunque e sempre quel sottile filo di intesa che lo teneva, seppure per certi versi distante, tuttavia solidale con le intense attività della moglie nella comunità cristiana di San Marco e all’Università della terza età Cardinale Colombo.


Manca un’ultima pennellata per restituire il colore completo alla sua umanità. Essa è data dai racconti e i ricordi di chi lo conobbe in vita e ne pianse la morte. Questi chiudono, come in una morbida ed evocativa parentesi, il racconto di quel pomeriggio di giugno. A quel racconto però questi pongono accanto nuovi scorci di grande intensità.


Non era semplice scegliere tra le mille righe, fra i fogli ingialliti, tra le tante parole dolenti rivolte ad Augusta in memoria del con sorte. In ognuno, accanto al ricordo sempre insistente delle sue doti di uomo e di medico, si aggiungono accenti diversi legati ai luoghi della sensibilità di ognuno che il dottore aveva toccato. Si aprissero tutti a raggi era avremmo sotto gli occhi la persona integrale. Li lasceremo per questo motivo parlare così come sono, indicando soltanto il punto di luce da essi creato.


È il 27 giugno 1998. Così Roberto Marangoni esprime il suo cordoglio: “Con lui scompare, oltre che un amico, una meravigliosa figura di uomo e di medico, esempio per noi tutti e per le nuove generazioni, che troppo spesso abdicano agli elevati principi etici e professionali che sono alla base di una medicina rigorosamente scientifica e allo stesso tempo profondamente umana della quale medici, come il dottor Pierluigi, sono stati entusiasti ed entusiasmanti fautori”.

Parole, queste, che aprono uno spiraglio sulla prospettiva eti- ca: accanto alla scienza l’interesse per il soggetto, l’uomo, il volto di chi è curato. Un felice e commosso ricordo per chi lo co- nobbe, un monito per chi da queste righe può imparare a fare, con dignità e dedizione, del proprio lavoro un servizio per gli altri.


Poi ancora Roberto Giacomelli nella prefazione a Dossier Hélène Smith (sanscrito, spiritismo, teosofia, newage), dedicato alla memoria di Pierluigi Micheli:

La dedica alla memoria di Pierluigi Micheli, medico insigne e uomo di autentica e serena spiritualità cristiana, vuole rendere omaggio a un cultore della scienza giunto a Dio da un percorso che sembrerebbe escluderlo, che non ha mai rinunciato alla gioia di esercitare spirito critico e auto-coscienza pur essendo profondamente credente“.

Fede e scienza. Nell’esperienza comune raramente camminano di pari passo. In Pierluigi Micheli diventano un binomio inscindibile: in entrambe egli dà prova di grande fortezza. Fra le sue mani l’una sempre cresce alla luce dell’altra e viceversa.


E quanto la sua arte non si fermasse alla pur grande scienza di Asclepio, ben lo ricorda Luigi Venegoni che, in un biglietto dell’ 11 luglio 1998, lodando le qualità del medico, non marginalmente, aggiunge: “E non possiamo dimenticare che ogni visita era preceduta da uno scambio di opinioni in tema di letteratura, religione, politica, rarità librarie, ecc. nel quale brillavano l’arguzia e le letterarie ironie del dottore“. L’amore per la letteratura, la filosofia, la teologia si contagia ai suoi pazienti: nei rapporti con le persone, come nei suoi scritti, lascia una traccia sovrabbondante.


Un amico non vuole negargli il gusto del sorriso nemmeno nel momento più doloroso. Gianni Barbieri, venuto a sapere della morte del dottore va di corsa al Corriere della Sera per pubblicare questo annuncio: “Ti stavo portando la solita crostata di marmellata per dirti il mio solito affettuosissimo grazie, ma tu all’improvviso mi sei scappato in Paradiso“.

L’annuncio non viene accettato, e Gianni Barbieri lo invia comunque ad Augusta, accompagnato da un biglietto, aggiungendo: “… ho pensato di scrivere due parole col cuore e con un po’ di fantasia, così come a Pierluigi sarebbero piaciute perché nostre e solo nostre“. È una complicità scherzosa, che non viene meno davanti alla morte, testimonianza del sottilissimo humour che tanta parte ebbe nella visione della vita di Pierluigi Micheli.


E ancora un’ultima voce da ascoltare, assai commossa, che riportiamo per intero:

“Gentile signora Micheli,

noi abbiamo più di una ragione per esserle vicini in questo doloroso momento che deve patire. La morte del dottor Micheli ricorda a tutti noi il vero senso della vita, perché da lui come medico abbiamo avuto tutti quegli aiuti materiali e morali che noi esuli e impreparati non avremmo saputo dove trovare.

Abbiamo appreso dal dottore e da lei, gentile signora, quella indispensabile lezione di vita che è così rara negli uomini normali: tanta umanità e generosità d’animo.

Questi sentimenti che viviamo soffrendo con lei sono la nostra sincera partecipazione al suo grande dolore. Un grazie e tanta partecipazione al dolore da parte di noi tutti ragazzi dello Sri Lanka. Grazie.”

Una generosità che contagia per la semplicità con cui si dona.


Tiriamo le fila dal racconto e dai fogli, entrambi vivi, ormai, fra queste righe. Non a caso abbiamo detto di voler conoscere quest’uomo a tutto tondo e di voler indagare quel sottile ma saldo filo conduttore che lo rese “figura affascinante”.

Basti questo, per ora, e siamo ancora al principio: Pierluigi Micheli amò con ogni dedizione la medicina e il suo lavoro, e dietro a questi conobbe, suonò in giovinezza, e ascoltò con passione la musica diletta; lesse di filosofia e di letteratura e costruì per sé un universo interiore di incontestabile fermezza. Tutto questo, in spirito evangelico e nel segno di quella “severa umanità” che gli fu propria (l’espressione è di Paola Fineschi, nel suo ricordo del dottore a un anno dalla morte), “non considerò un tesoro geloso” ma ne fece dono agli altri in ogni situazione.

In tanti videro in lui un “angolo di luce” (dalla lettera del nipote Andrea, 13 luglio 1998), luce limpida e asciutta, non rovente, come di sole al sorgere d’estate.

(uJFNGbCD)

01 – PIERLUIGI MICHELI – Eccomi ! Sono pronto alla chiamata – Augusta Micheli – Gianfranco Ravasi

Ringraziamento

È stato mio desiderio non lasciare nei cassetti i numerosi fogli scritti e annotati da Piero, affinché essi potessero continuare a tenere vivo il dialogo intenso che in questa vita egli ebbe con me, con gli amici, con i pazienti.

A molte persone debbo con gratitudine la realizzazione di questo progetto. Monsignor Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, ci ha donato l’onore della sua firma con una Prefazione al libro che, attraverso dotte immagini, rievoca i sentimenti più veri di Piero.

Andrea Martano ha saputo ricostruire la sottile trama che legava i nume- rosi e sparsi fogli che gli misi in mano, e con emozione sento da lui restituita a tutto tondo la figura di Piero, anche nei suoi toni schivi e sfuggenti.

Don Giovanni Marcandalli, amico, nonché Parroco di San Marco a Milano e Rettore dell’Università della terza età Cardinale Giovanni Colombo, per primo mi suggerì di far pubblicare gli scritti e con commovente dis ponibilità si è offerto a dedicare l’Aula Magna a Piero, fornendoci così anche l’occasione e il luogo in cui presentare questo libro.

L’amico Virginio Motta ha reso possibile la realizzazione del libro, grazie alla sua Casa Editrice e al collaboratore Augusto Leoni, con il quale i nostri contatti sono stati più stretti.

L’amico Professor Roberto Giacomelli è stato vicino e prodigo di consigli nel progetto e nella realizzazione del volume.

A ciascuna di queste persone vorrei esprimere il mio grazie sentito e commosso, volgendo infine, ma non ultimo, il mio grato pensiero a Colui che rende ogni giorno possibile e vera la nostra comunione con Piero.

Augusta Micheli

PREFAZIONE

di Gianfranco Ravasi

L’allora Prefetto della Biblioteca Ambrosiana

Ogni ricordo, come dice la stessa etimologia del termine, è un “riportare al cuore”, cioè un far rivivere nell’affetto e nel senti- mento una presenza che è forse stinta ma non estinta. Le pagine che ora scorreranno vogliono raggiungere proprio questa meta: desiderano riproporre dal vivo una figura amata da tante persone, la cui presenza, già prima silenziosa e discreta, dal 22 giugno 1998 esteriormente si è dissolta ma spiritualmente è ancora viva e intensa.

Il dottor Pierluigi Micheli, come si dice nel bel ritratto iniziale delineato da Andrea Martano, è stato un “uomo dei semitoni”, una persona “modesta” nel senso più nobile Ce purtroppo ignorato dall”‘urlato” e dall’arroganza dei nostri giorni) del termine. È stato un innamorato delle profondità ove i silenzi sono colmi di parole supreme, la superficialità è impossibile, l’ineffabile si svela.

Laggiù, senza clamore, incontrava le grandi luci che hanno guidato la sua esistenza e la sua ricerca e che ques(te pagine vogliono attestare. Là egli penetrava nei misteri della fede, visti come la più alta risposta alle interrogazioni della ragione. Là egli incontrava gli “spiriti magni” del pensiero e della letteratura, a partire dall’amatissimo Dante.

In quell’orizzonte non striato dalla chiacchiera e dal rumore egli attendeva il fiorire dell’armonia musicale, soprattutto quella dei prediletti Bach e Mozart. In quel luogo di speranza trovava l’entusiasmo per quella professione di medico che egli visse solo come vocazione e che per questo s’intrecciò inestricabilmente con la sua vita.

C’è un po’ di emozione nel leggere le sue righe qui raccolte: sembra quasi di rompere il cerchio del suo riserbo, del suo silenzio intimo, del suo viaggio in mari sempre più vasti. Ma forse è lui stesso per primo a “smitizzare” questa esitazione con quelle gocce di umorismo e di ironia che lasciava spesso cadere nei suoi dialoghi, consapevole di quanto aveva scritto Hermann Hesse: “Ogni sublime umorismo comincia con la rinuncia dell’uomo a prendere sul serio la propria persona”.

Eppure è proprio questa la vera “serietà” che segna anche le pagine della sua ricerca privata a cui ora siamo ammessi. E a noi sembra, leggendole, che esse, nonostante la molteplicità dei temi, dei soggetti e dei profili che offrono, rivelino alla fine un solo volto, quello del loro autore, uomo assetato di fede e di sapienza, di verità e di bellezza. Proprio come confessava di sé ]orge Luis Borges al termine del suo zibaldone L’artefice:

“Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.

Gianfranco Ravasi

Pontevico (BS) 27.10.1913 –  Milano 22.06.1998

Accendi un concerto alla memoria: Concerto brandeburghese n.2

 
  • © Federico Motta Editore
  • © dell’autore per i testi
  • Prorietà artistica e letteraria riservata per tutti i paesi.
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  • Prima edizione aprile 2000
  • Per gentile concessione della Signora Augusta Micheli
  • Divieto di utilizzo di testi e foto senza l’autorizzazione scritta.

01 – Pierluigi Micheli – CAPITOLO I – L’uomo e la prospettiva religiosa

 

Tutte le cose governa il Signore della parola (f. 51)


Che nella vita di Pierluigi Micheli la problematica religiosa occupasse una posizione centrale lo abbiamo già detto ricostruendo la sua vita. Che questa per lui non si configurasse propriamente come una “problematica”, ma piuttosto come una certezza assodata ne ebbe sensazione chi lo sentì parlare. Ma la profondi- tà dei suoi pensieri e i luoghi in cui questi posero le radici travalicano di gran lunga la semplice prospettiva dettata dai ricordi delle sue parole. Ne fanno fede le pagine che ci appre- stiamo a rileggere: queste, se configuriamo il suo pensiero come un monte, si ergono dalle falde dell’umanità per poi accedere, grazie a lievi passi, all’unica cima possibile: la fede cristiana.

Soltanto in questa prospettiva ci sembra di poter rileggere l’avventura intellettuale e spirituale di Pierluigi Micheli; egli conobbe le vicende umane e a queste mille rispose con una sola parola: il divino.


L’uomo e la domanda esistenziale


LA RICERCA DELLA VERITÀ


L’irrequietezza metafisica dell’uomo appare appena, soddisfatte le necessità corporali, si soffermi a guardare tutto quanto lo circonda.

Il fanciullino che è in lui lo assilla di interrogativi,

il divenire e il perire delle cose, l’imposizione che domina tutto il cosmo: giorno e notte, estate e inverno, caldo e freddo, guerra e pace, vita e morte si alternano in perpetua vicenda; e il contrasto domina tutte le cose.

E perché vi è nell’uomo quel bisogno di trovare una ragione, una armonia in questo incessante divenire?

E cosa è in lui questa ricerca di qualcosa di immutabile, di eterno in cui riposarsi?

Il mito, la religione, la filosofia naturale, il logos filosofico da questo momento della mente umana traggono la loro origine.

E così l’affannoso operare e la soddisfazione sempre più larga dei bisogni del corpo trovano la loro ragione in questa ansia dell’eterno, quasi ad acquietarla nella soddisfazione del contingente.

Ma cosa rimuove e scuote, squassa l’uomo, come bufera, e lo spinge incessantemente, dolorosamente a cercare, a trovare, a conoscere?

Perché? Ha forse l’uomo il ricordo di qualcosa di immutabile, di armonico, di eterno o che ha avuto in un tempo remoto e di cui ora è rimasta una idea confusamente avvertita? …

Tutta la storia del pensiero dell ‘uomo non è forse anche oggi la storia degli insuccessi nel trovare I’ Inimitabile in cui acquietarsi?

Solo un mediatore potrà liberarlo da questa situazione Cf. 90).


Parole scarne ed evidenti, che tagliano netti gli interrogativi umani. E infatti un interesse complessivo per l’uomo che trascende la risposta religiosa si presenta frequente nelle pagine del nostro dottore. Un interesse, questo, che, proprio in vista della soluzione cristiana, mai estranea ai suoi pensieri, prende sempre l’avvio da meditazioni concentrate su due questioni principali: la soffe- renza e la innata necessità dell’uomo di accedere alla verità.


A PARTIRE DALLA SOFFERENZA LA RICERCA


Il motivo della sofferenza dovette essergli suggerito dalla sua esperienza quotidiana, dalla casistica umana che, da medico, si trovò continuamente sotto gli occhi. Non avendo essa alcun genere di spiegazione razionale, se non in vista dell’ottenimento di un bene superiore, si pone sempre come quesito stringente e conduce per via diretta alla risposta religiosa. Se infatti, come avremo modo di vedere, l’interesse per la ragione umana e le sue istanze di conoscenza permettono una molteplicità di risposte, fra le quali comunque conserva il posto principe la soluzione cristiana, la considerazione della sofferenza conduce, nel giro di un breve ragionamento, alla necessità del divino.

La sofferenza, il dolore, il male: attraverso la disperazione del nostro stato umano (che la sofferenza e il dolore, il male e la caducità, il contingente, la vanità di quanto desideriamo e costruiamo, il nostro desiderio di conoscere mai soddisfatto ogni giorno accendono e alimentano) urliamo: salvaci Signore! Cf. 91).

E ancora:

La consapevolezza della aridità, della solitudine, della caducità di tutte le cose, della sofferenza, della caduta di fronte alla retta ragione induce l’uomo a chiedere un intervento sovarannaturale che irrori ciò che è arido, sani ciò che è ferito, mondi ciò che è impuro, drizzi ciò che è deviato. Veni Sancte Spiritus” Cf. 58).

La piccolezza dell’essere umano, la cui dimostrazione più netta è, per l’appunto, la sofferenza, esige una risposta sovrannaturale che non si presenta come conseguita dalla persona ma come dono dall’alto. La perentorietà di questa considerazione si palesa nel giro di poche parole: Pierluigi Micheli constata la miseria della condizione umana, la travalica nella necessità della risposta sovrannaturale e questa ottiene grazie a una invocazio- ne innica al divino. I due passi citati manifestano chiaramente, grazie anche alla struttura perfettamente parallela, l’identità del pensiero.

Talvolta lo spettro di questa considerazione si allarga:

Removere viventes in hac vita de sta tu miseriae et perducere ad statum felicitatis”, de felicitate (Dante, Epistola X, 269). Ma come giungere a questa condizione?

Gotama, chiamato più tardi il Buddha, cresce come principe in un ambiente opulento, con la moglie e un figlio; durante una passeggiata incontra un vecchio, poi un ammalato, infine un cadavere: capisce che l’esistenza è dolore, lascia la casa e si dà per sette anni a macerazioni che a un certo momento gli sembrano vane, finché una notte gli viene la grande illuminazione: l’Assoluto (nirvana) che si deve raggiungere spogliandosi di tutto.

Maometto orfano entra in una casa commerciale appartenente a una ricca vedova, si sposa con lei, ha parecchi figli; ma prima dei 40 anni un angelo gli ordina di inviare il messaggio che la felicità dell’uomo sta nella sottomissione a Dio/lslam.

Ma arriviamo al 111 sec. d.C: Plotino. Una realtà suprema che nessuno può raggiungere, l’Uno. Dall’Uno emana l’Anima, lo Spirito, il mondo materiale che si allontanano verso il molteplice, regno dissimilitudinis nelle quali si perdono sino alla frontiera del nulla. In essi vi è un ricordo della loro origine e questo suscita l’epistrophé, la conversio.

È l’inizio del ritorno: la conversio; la carnalità dell’uomo è peccato, perché cammina verso la dissoluzione: la morte; ecco perché l’uomo grida: salvami dalla mia carnalità, salvami dal peccato!

È l’inizio del ritorno; un ritorno verso l’unità della vita, un ritorno sia pure per gradi, purificazione dapprima, poi illuminazione da parte della verità, infine l’unità: via purgativa, illuminativa, unificativa.

Chiunque opti per una unità suprema e divina è costretto a non tenere in alta considerazione il nulla della carne, del mondo ‘finito” Cf. 86).

Ciò che più di tutto in questo passo ci interessa è la memoria dell’esperienza del Buddha: essa nasce proprio dalla considerazione della sofferenza e della miseria umana e si risolve nella ricerca dell’assoluto, ricerca la cui necessità è avvertita anche da chi procede da ragionamenti di diverso genere, che non senza motivo lasciamo affiancati per dare un breve saggio della giustapposizione dei temi fra le righe di Pierluigi Micheli. Con estrema facilità Pierluigi passa dall’esperienza del Buddha a quella di Maometto e alla speculazione di Plotino, per giungere sempre alla medesima conclusione, la vetta di cui parlavamo nell’introduzione a questi scritti: la necessità del divino.


LA RAZIONALITÀ E LA SUA IMPERFEZIONE


Non è solo la sofferenza lo sprone alla ricerca dell’assoluto né essa sola può essere intesa come mezzo di conoscenza, come sorgente di forza per il cristiano (f. 68).

Anche la fragilità del pensiero, la sua finitezza, la sua irrequietezza presuppone l’uni- versalità, l’assoluto.

La caducità presuppone l’immutabile, l’eterno.

La mortalità delle cose presuppone la danza della creazione. La fede religiosa stessa esige l’indagine intellettuale (f. 54).

Questa coscienza della imperfezione generale dello stato umano esige la ricerca dell’eterno, ricerca che si fonda in primis sugli strumenti intellettuali; ecco perché Pierluigi cita in tale contesto la famosa Lettera VII in cui Platone racconta della sua esperienza.

Infatti, sentitosi da giovane profondamente attratto dalla politica, Platone era stato fiducioso di poter trovare una forma di governo migliore delle altre, ma alla fine dichiara il proprio fallimento, e arriva a teorizzare che solo il filosofo può riuscire a raggiungere l’obiettivo di una giusta politica degli stati (cfr. Ep. VII 325c-326b). E l’esempio vale a dimostrare che soltanto chi esercita rettamente la propria intelligenza giunge con successo al fine prefissato. Perciò la riflessione del dottore si conclude con la famosa esortazione agostiniana: in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas (De vera religione 39).


L’ASPIRAZIONE ALLA CONOSCENZA


La spinta verso !’interiorità per ritessere i motivi dell’assoluto riporta in primo piano la naturale esigenza di conoscere racchiusa in ogni uomo, che di gran lunga supera qualunque altro motivo di ricerca. E infatti afferma: la sofferenza, il dolore, il male, la caducità, il contingente, la vanità dei nostri desideri ci scuotono: ma è sovrattutto la mancata soddisfazione del nostro conoscere, la nostra cupido sapientiae ad affliggerci.

  • “lo veggio ben che già mai non si sazia
  • / nostro intelletto, se’l ver non lo illustra
  • / di fuor dal qual nessun vero si spazia.
  • / Posasi in esso, come fera in lustra,
  • /  tosto che giunto l ‘ha; e giugner puollo:
  • / se non, ciascun disio sarebbe frustra.
  • / Nasce per quello, a guisa di rampollo, 
  • / a pié del vero il dubbio; ed è natura
  • / ch’al sommo pinge noi di collo in collo” (Par. IV, 124-32).

In virtù di questo desiderio, che è in ogni uomo, da ogni acquisizione raggiunta nel cammino verso la verità nasce, come un pollone alla radice della pianta, un dubbio, uno stimolo a con quistare nuove posizioni nel nostro cammino verso la terra promessa, per usare una terminologia biblica.

L’uomo cammina spinto verso una meta, sale un monte alla sommità del quale raggiunge la felicità.

Perché non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutte gioie” (Inf. I, 77-78) (f. 29).


L’UOMO “MISURA DI TUTTE LE COSE”


Ma la vetta di questo monte non si configura univocamente: Pierluigi sa che la continua ricerca dell’intelletto umano può intraprendere più vie. Il suo timore maggiore allora è che l’uomo si fidi troppo della sua capacità razionale e dimentichi la necessità dell’atto di fede. Se infatti da una parte socraticamente riconosce che l’intelletto umano tende per natura al Bene

(La naturale tendenza di ogni uomo di rivolgersi al bene inteso nella sua più ampia accezione è il momento naturale e istintivo o emozionale per il quale l’uomo tende naturalmente a chi è la somma di tutti i beni. L’intelletto illuminando l’uomo indirizza rettamente questo suo istinto verso il Bene, (f. 8),

dall’altra Pierluigi è fermamente convinto dei limiti dell’intelligenza umana (Sufficienza di sé è di chi vuole trovare solamente in sé la pienezza della felicità e disprezzo per tutto ciò che suppone una ubbidienza estranea alla propria volontà, f. 5).

Teme infatti che l’uomo possa intraprendere una conoscenza della realtà puramente soggettiva, esperienziale, e che non riconosca l’esistenza di una realtà oggettiva. E attingendo ancora una volta all’esperienza greca antica, riecheggia in tutto questo ragionamento e menziona esplicitamente Protagora, principe dei sofisti: “L’uomo è misura delle cose (fr. 1, 3-5 D.K.). Anche oggi Protagora vive diffusamente nelle nostre comunità (f. 32).


Le porte della fiIosofia


È necessario allora per un breve tratto ripercorrere il processo logico che conduce Pierluigi a queste convinzioni. Attraverso un ragionamento dialettico fra tesi e antitesi Pierluigi scompone e ricostruisce l’importanza della filosofia, che sempre dovette attrarlo e insieme intimorirlo nella sua pretesa di dare risposte ultime sul senso delle cose.

La filosofia è l’inferno dei prediletti di Dio. Agli altri rimane il paradiso delle cose ovvie. Ma ho letto anche: la filosofia è come la sapienza: il suo possesso è preferibile all’argento, la sua moneta è più dell’oro; più preziosa delle perle e nessun oggetto più caro la eguaglia (Pro- verbi, 8. 10-11).

Come si può vivere in un mondo in cui tutto è contingente, dove non si vedono certezze solari, dove la speranza è il solo conforto?

Anche la Speranza ultima dea fugge i sepolcri (Foscolo, Dei Sepolcri 16-17).

Solo la sapienza ci può aiutare. Non il vivere è da tenere in massimo conto ma il vivere bene…

La filosofia cerca di dare ragione delle nostre scelte, dell ‘orientamento che diamo alla nostra vita, ed è anche il paradiso delle cose ovvie (f. 44).

L’uomo con le sue sole forze intellettuali non ha modo di con- seguire quella verità nella quale, sola, insiste Pierluigi Micheli, si può essere felici. Egli ammette che l’uomo ha due beatitudini: alla prima si accede mediante la filosofia, alla seconda mediante la rivelazione (f. 84) e con lucidità coglie i limiti della prima, cioè del pensiero semplicemente umano: La filosofia giunta al culmine della sua costruzione mediante la dialettica, manifesta la sua inadeguatezza di fronte alla problematica sui destini dell’uomo e sulle sorti escatologiche. Come dobbiamo comportarci? Platone in una pagina del Pedone scrive: “Infatti trattando di questi problemi non è possibile non fare una di queste due cose: o apprendere da altri quale sia la verità, oppure scoprirla da se medesimi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare tra i ragionamenti umani quello migliore e meno facile da confutare, e su quello come su una zattera affrontare il rischio della traversata della vita: a meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su una più solida nave, ossia affidandosi alla divina rivelazione” (Platone, Pedone 85 c). Ma certo il pensiero dialettico, logico, non può sostituire il sapere rivelato della religione… Ecco quindi la dialettica del credente e il motore del suo agire. Mutiamo quindi la nostra dialettica, convertiamo la nostra mente verso Dio, camminando sulla sua strada, assicurandoci a lui per quanto è possibile Cf. 52).

E su questi temi insiste più volte. Di frequente cita l’antica massima incisa sull’ingresso del tempio di Apollo a Delfi: “Conosci te stesso”. Nella prospettiva del dottor Micheli questo imperativo implica che una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta.

Egli conserva però intatta la coscienza socratica dell’ io non so e neppure credo di sapere; perciò conclude: la sapienza umana ha poco valore (f. 70).

FELICITÀ È CONOSCENZA DELLA VERITÀ

Forte è quindi la fiducia nelle capacità umane se la si limita alla fase prima della ricerca, ovvero alla necessità di porsi talune domande esistenziali; ma il dottor Micheli non lascia spazio all’illusione: la risposta è fuori dall’umano. Richiamandosi infatti una seconda volta al passo del Fedone di Platone 85 c, Pierluigi dice a se stesso:

Ricerca la verità attraverso la discussione, il ragionamento, la conoscenza. La filosofia dei sistemi può portarci alla seconda navigazione di Platone e su questa zattera possiamo attraversare il gran mare dell’essere.

Quindi l’intelletto è il primo atto per avvicinarsi alla divinità: fides quaerens intellectum.

Certo il puro atto concettuale non è sufficiente né si ottiene la salvezza attraverso il sillogismo, ma il salto personale ed esistenziale come vuole Kierkegaard è insufficiente, è puramente un momento discorsivo, rettorico.

La ricerca della verità, dunque, anche con le sole forze umane, è un atto positivo, ma non sufficiente. Con questa consapevolezza Pierluigi da una parte la loda e se ne sente attratto, dall’altra la condanna. Gli piacciono i versi del pagano Esiodo, che aveva intuito:

A chi conosce la verità e la proclama Zeus dà la felicità” Cf. 23} con questa citazione della sapienza greca arcaica a lui ben nota, Pierluigi trova conferma della equazione verità = felicità.

Egli ritorna volentieri sul pensiero che comunque la felicità ottenibile da noi uomini consiste nella nostra facoltà razionale, nell’uso amoroso della scienza, della speculazione filosofica e religiosa, nell’esercizio dell’etica, degli uffici civili e politici, come vuole Aristotele nell’Etica Nicomachea e Dante nel Convivio.

Ma questa fiducia nella felicità “possibile” grazie all’esercizio delle facoltà umane si scioglie dinanzi all’evidenza che ciclicamente ritorna nei pensieri del dottore che, in ultimo, verità e felicità coincidono con Dio.

Egli cita volentieri l’affermazione di Pascal che la felicità non è fuori di noi, né dentro di noi: è in Dio, fuori e dentro di noi Cf. 68).

E ripete di frequente a se stesso che l’uomo da solo non può arrivare a Dio: I millenni dimostrano come l’intellectus dell ‘uomo non può guardare faccia a faccia la divinità… (f. 66). I

l suo sguardo di simpatia, dunque, per la ricerca filosofica (egli cita spesso anche filosofi idealisti, razionalisti ed esistenzialisti) e per gli uomini non gli toglie senso critico verso i limiti speculativi della prima, anche quando sia in grado di raggiungere la prospettiva metafisica, e verso la piccolezza in cui spesso si avventurano i secondi.

E infatti, mettendo insieme le due cose in un felice esempio, ci parla di Democrito che rideva degli accadimenti. “Sei forse pazzo quando ridi della morte, delle malattie, della malinconia, della pazzia?”, gli domanda lppocrate. “lo rido dell’uomo insensato, incapace di opere rette, puerile in ogni suo disegno, che si abbandona alla passione del denaro, al disordine che devia ogni cosa nel suo personale interesse“.

E aggiunge su Gilbert Keith Chesterton: ha cercato la verità con onestà usando di quella ragione che i razionalistsi limitavano a promulgare (f. 88).


LA CRISI DELLA RAZIONALITÀ CONTEMPORANEA


Pierluigi è anche molto sensibile alla crisi di valori del mondo moderno e ne intravvede la causa nella perdita di una capacità di ragionamento e di una vis dialettica, che rende impossibile dialogare con i grandi problemi della vita e affrontare le grandi domande:

Il mondo moderno ha subito una caduta della capacità dialet- tica, più grave della caduta della morale.

Agnosticismo filosofico, indifferentismo religioso, relativismo morale, le varie ideologie vegetariane, animaliste, i guru e i culti esoterici, il timore di trasmettere la vita. L’uomo di oggi non vuoI più sentirsi dire che la vita è una battaglia Cf. 88).

Dietro alla debolezza razionale dell’uomo moderno c’è quindi una grave debolezza psicologica che Pierluigi acutamente riconosce, ed essa è il frutto di una società che induce a desiderare solo ciò che è facile.

Le sue parole riecheggiano in questo frangente il giudizio dell’antico autore del trattato Sul sublime CI a.c. – I d.c.). L’opera, presente nella sua biblioteca e nelle sue riflessioni, termina con una sofferta denuncia del decadimento dell’arte e dei costumi di quel tempo (l’epoca di Augusto!): anche questa, in finale, indica come colpevole la mollezza dei costumi degli uomini di quegli anni, che cercavano ormai solo piaceri facili ed erano incapaci di aspirare ad alti pensieri. E perciò, sulla scia del Sublime, Pierluigi si abbandona a una considerazione poeticamente umana: Certo chi non ha il senso del meraviglioso non può comprendere le cose che lo circondano: è un cieco, brancolante nel buio più fondo, che non troverà mai la via, la verità. È una persona senza vita, morta (f. 18).

Con Erich Fromm egli denuncia ancora la debolezza della razionalità contemporanea:

La gente ama gli oggetti meccanici più degli esseri viventi. L’approccio agli uomini è astratto e intellet- tuale. Ci si interessa delle persone come oggetti, alle loro proprietà comuni, alle regole statistiche del comportamento di massa, non agli individui viventi. Papagalli vocianti (f. 40).

E ancora: Quale uomo oggi? L’uomo di oggi ha pressoché per- so il senso del metafisico, del sovrasensibile e quindi del sacro, che è una categoria dell’homo religiosus.

Ma l’uomo di oggi ha perso in massima parte nel suo modo di vita illumen rationis, il cogito cartesiano che aveva pur sempre una dignità nonostante gli errori che ne sono conseguiti… È opportuno anzitutto richiamare l’uomo di oggi alla sua perduta dignità di “canna pensante” (Pascal) (f. 97).

Egli capisce dunque che il primo passo verso la verità lo si compie attraverso un corretto modo di pensare: l’uomo virtuoso è quello che attua la sua connaturale qualità: la razionalità (f. 89).

Sono la dialettica e la filosofia a insegnarla, e per questo egli ama tanto tali discipline facendosene fautore anche presso l’Università della terza età Cardinale Colombo: È un nostro dovere morale sviluppare con la nostra mente e il nostro cuore il nostro obolo, una Istituzione che si oppone all’attuale civiltà, che io chiamerei “civiltà del disagio (f. 43).


LA CHIAVE DI VOLTA


Conoscevamo già l’importanza della soluzione religiosa pri- ma ancora di avventurarci fra le meditazioni di Pierluigi Micheli. Abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi la zattera platonica frenata dall’ampiezza del mare, la sentiamo adesso attrac- care alla più solida nave che salpa soltanto dalla rivelazione divina. Essa trova voce nelle Sacre Scritture.

E infatti scrive: La pagina biblica è come una donna misericordiosa, come Dante diceva della filosofia, che c’indirizza sulla via della retta speculazione Cf. 17).

Solo Cristo è la sicura nave che permette all’uomo di conoscere la verità: Il desiderio di conoscere che agita ogni uomo solo Gesù può colmarlo Cf. 22).

E il legno di questa nave è uno solo: Al centro della storia dell’uomo e del mondo si erge la croce di Cristo sul Golgota (f. 36).

La resurrezione di Cristo è l’unica metafisica possibile. L’unica risposta possibile: la fede cristiana


UNA RIFLESSIONE SUL LIBERO ARBITRIO


Se adesso ci apprestiamo a considerare quella che fu l’unica soluzione scelta, praticata con vivo desiderio e con vigore divulgata da Pierluigi Micheli, la fede cristiana, allora è necessario risalire alle sue radici. Essa è un atto di profonda e cosciente libertà, di cui Pierluigi ebbe vivida consapevolezza. Le bellissime parole che Dante mette in bocca Beatrice sul dono della libertà d’arbitrio, concessa da Dio agli uomini, servono al nostro dottore per introdurre il tema del tragico rischio umano (che fu già degli angeli) di dire no alla verità stessa:

  • Lo maggior don che Dio per sua larghezza
  • fesse creando, ed a la sua bontate
  • più conformato, e quel ch ‘e’ più apprezza de la volontà la libertate;
  • i che le creature intelligenti,  tutte e sole, fuoro e son dotate” (Par. V, 19-24)

La libera volontà è l’attributo comune di tutte le creature intelligenti, angeli e uomini: non la conoscenza, il filosofare, la speculazione, la scienza, la forza. La libera volontà conduce gli esseri intelligenti “per lo gran mar dell’essere”. Gli angeli si ribellarono a Dio per un atto di libera volontà, l’uomo disobbedì per un atto di volontà, e con un atto della sua libera volontà può salvarsi.

Il regno di Dio ancora oggi può essere accettato e rifìutato da qualsiasi uomo sapiente o ignorante; capace di profonde intuizioni o limitato intellettualmente.

L’uomo non può conoscere Dio, è Lui che si manifesta agli uomini con la rivelazione; l’uomo adegua con la volontà sé alla rive lazione e si unisce a Dio con l’atto di carità.

Carità o amore è la forza che spinge e ordina in sé tutto l’universo; se l’uomo accetta questa forza, entra nell’eterna esistenza, in Dio (“Io sono colui che è”) (f. 2).


La zattera tende la sua fune alla più solida nave: se le facoltà di pensiero (la zattera appunto) sono caratteristiche dell’uomo, tuttavia soltanto la possibilità di rispondere liberamente alla proposta di Dio (la solida nave) è attributo unico delle creature intelligenti (la nostra fune).

Fuor di metafora: l’uomo con le sue sole forze non giunge a Dio ma è Dio stesso a manifestarsi all’uomo in un atto d’amore. Se l’uomo accetta questa forza, entra nell’eterna esistenza, in Dio (f. 2). Ma il cerchio si chiude solo se l’uomo risponde all’amore di Dio con un atto d’amore. È questo l’unico gesto capace di consentire l’unione fra l’uomo e Dio.

Perciò lamenta che la radice più profonda della indifferenza religiosa sta nella debolezza della creatura a cui viene offerto l’amore di Dio (f. 92). Se l’uomo quindi non ha la forza necessaria per quest’atto di libertà non può in nessun modo intrattenere quel commercio con Dio (f. 92) che è la fede.


QUANDO LA SCELTA È AVVENUTA


L’uomo cerca in maniera più o meno cosciente la verità, come assoluto al quale interamente dedicarsi; se è cristiano, la verità è Dio attraverso Gesù Cristo (f. 1).

Non nello spazio devo cercare la mia dignità, ma nell’uso ben regolato del mio pensiero. Non avrei nessuna dignità se possedessi delle terre: per lo spazio, l’universo mi comprende e mi inghiotte come un punto; con il pensiero lo comprendo…

Ma la coscienza dell ‘uomo naturale può forse comprendere l’universo? Un Piccolo vaso può forse contenere l’acqua dell’oceano?

La coscienza dell’uomo cristiano, per la grazia, è accettazione della volontà di Dio, amore, e se pure piccolo, comprende il cosmo con la carità, vive intimamente in esso e nell’ordine del creato “gusta” il suo Dio e ne canta le lodi  (f. 81).


Ci siamo soffermati a lungo sui fondamenti del pensiero religioso di Pierluigi Micheli svolgendone i passaggi. Adesso che il cristiano emerge con tutta la sua forza lo lasceremo parlare con l’evidenza che sempre gli fu connaturata.

L’equivalenza Dio = Verità si manifesta all’uomo tramite Cristo. Anche qui la sua coscienza è nitidissima:

Penso che non si tratti di credere alle parole del Cristo perché il Cristo è figlio di Dio, quanto di comprendere che egli è figlio di Dio perché la sua parola è divina e infinitamente più alta di tutto ciò che l’arte e la saggezza degli uomini possono proporci.

Signore, non perché mi sia stato detto che voi eravate il figlio di Dio ascolto la vostra parola; ma la vostra parola è bella al di sopra di ogni parola umana, e da questo riconosco che siete il figlio di Dio.

Cristo sta al di fuori dello spazio in cui valgono le categorie storiche. Non esiste un’ora sua, perché Egli è eterno. Anche gli increduli d’oggi e i senza Dio dell’avvenire si nutrono del suo Spirito. La sua memoria è dappertutto. Sui muri delle chiese e delle scuole, sulle cime dei campanili e dei monti, nei tabernacoli delle strade, a capo dei letti e sopra le tombe, milioni di croci rammentano la morte del Crocifisso.

Raschiate gli affreschi delle chiese, portate via i quadri dagli altari e dalle case e la vita di Cristo riempie i musei e le gallerie. Buttate nel fuoco messali, breviari ed eucologi e ritrovate il suo nome e le sue parole in tutti i libri delle letterature.

Perfin le bestemmie sono un involontario ricordo della sua presenza: per quanto si faccia, Cristo è un fine e un principio, un abisso di misteri divini in mezzo a due tronconi di storia umana.

La Gentilità e la Cristianità non possono più saldarsi insieme. Prima di Cristo e dopo Cristo. Mircea Eliade il rumeno (f. 22).

Cristo Parola Divina evidente per la sua stessa luce. Cristo setaccio della storia e della coscienza. Cristo presenza costante nella vita dell’uomo rivisto attraverso la passione delle parole di Mircea Eliade. Per questo motivo solo nel cristianesimo, in Gesù, realizziamo la nostra persona. La vita cristiana è vita di tensione, di intima, non istituzionale, vita di ascolto, di silenzio (f. 108).

Quando il Cristo è riconosciuto come centro gravitazionale, allora è naturale che solo nell’orbita cristiana si possa svolgere pienamente la vita umana. E l’equilibrio del nostro sistema, il cui sole è Cristo, nasce dalla presenza di due forze: la tensione (che liberamente interpretiamo come stimolo interiore e interesse verso gli altri) e l’intima vita di ascolto e di silenzio, ovvero dal desiderio di contatto col divino che provenga dall’ascolto della sua Parola e dalla meditazione.


LA PREGHIERA


Per questo Pierluigi si sofferma a lungo sul tema della preghiera e ne considera tutte le espressioni, lasciandosi personalmente trasportare anche dall’esperienza estetica della contemplazione.

Icastiche le parole che ci aiutano a introdurre questo tema.

Un antico ha scritto: l’uomo fu creato per tenere eretto il capo per guardare il cielo, ma egli può giungere più in alto quando china il capo, pregando.

E ancora:

La preghiera è poesia, perché viene da un clima corale e non da una elaborazione intellettualistica e retorica di unletterato, di un filosofo o di un teologo dialettico.

Alain De Lille chiama la poesia coelestis theophania, solo la poesia ha dardi che possono trafiggere i sensi (Pindaro).

Preghiera e poesia sono il frutto più alto e più nitido dello spirito umano, lasciato senza briglie per una volta sola. Esse soltanto hanno perciò la capacità di colpire sempre nel segno, hanno dardi che possono trafiggere i sensi, secondo la metafora pindarica rielaborata da Pierluigi (Olimpica I, 179-80; II, 160-164; IX, 9-10).

Poi continua:

La preghiera non è legata alla ritualità, ma parla, grida, chiede, supplica, invoca aiuto, ringrazia, cerca, nasce dal quotidiano, dalla vita di tutti i giorni.

Un uomo cieco è in contatto con il mondo dell’udito, del tatto, dell’odorato, del gusto, ma, se improvvisamente acquista la vista, scopre il mondo dei colori, delle forme, contempla i grandi spazi e le notti stellate, vede il volto delle persone che gli sono vicine.

Così è l’uomo che prega, un cieco che vede la luce: lux beatissima …

Preghiera è ascolto di Dio, risposta a Dio, dialogo, riflessione… La fede profonda scaturisce una preghiera ardita: “vedi come so parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere“, Abramo (Genesi 18, 27).

Geremia 12, 1, 6. “Signore tu sei giusto, eppure io voglio lamentarmi con te, voglio discutere con te”.

La preghiera è l’immagine dei problemi, dei drammi, delle gioie di un popolo e di un singolo: è liturgia vissuta nella quotidianità del singolo e della comunità (f. 73).


Se in queste righe Pierluigi si abbandona a una idea più estatica e spontanea della preghiera, tuttavia neppure in questo momento di intima coesione con Dio può tacere la capacità dialettica dell’uomo. Questo appare evidente da un altro frammento:

La preghiera è riflessione ed è tormento. Chi crede che la religione cristiana sia un pietismo che serve a soddiifare una esigenza religiosa di ogni uomo o una fabula che possa confortare l’uomo travagliato è in grossissimo errore.

La religione cristiana è un tormento concettuale (il Figlio di Dio fatto uomo), è una sofferenza etica: il roveto ardente brucia, la luce di Dio acceca. La pace del cristiano non è olimpica tranquillità, ma risultante di tesi e antitesi che violentemente si scontrano prima di raggiungere attraverso una profonda pena la sintesi. Ascolta, o uomo, le voci del deserto...” (f. 69).

Pierluigi intravvede quindi anche nella preghiera uno spazio di prova per l’intelligenza. Abbiamo letto nel frammento del f. 73 le parole sul dialogo che si intrattiene con Dio; ancora procede il concetto di dialettica della preghiera in questa meditazione nel f. 69, in cui si elimina il mito dell’olimpica tranquillità della fede, la quale si nutre di profondi contrasti e grandi sintesi.

Questa preghiera non si limita però a brevi momenti di coelestis teophania fruibili individualmente: Pierluigi tiene a dire che la preghiera del cuore è una continuazione della preghiera liturgica, in modo che sia che mangiamo, sia che lavoriamo, sia che riposiamo, sempre siamo nella lode, nella contemplazione, nella intercessione del Signore…

La preghiera è come il respiro: se cessa l’individuo muore (f. 33).

Preghiera di lode, di contemplazione, di richiesta implorante: ogni parola rivolta dall’uomo a Dio è qui contenuta e accompagna l’uomo in ogni momento della vita: La preghiera è come un fiume che scorre davanti all ‘uscio di casa: in esso ci si può ristorare e purificare ogni momento (f. 20).

È sacra linfa, per cui se questa manca, l’ “uomo” muore.


LA DIMENSIONE LITURGICA


Ma, ed è già emerso nei primi frammenti proposti, per Pierluigi la preghiera, che pure coinvolge tutta l’intelligenza del singolo, non si esaurisce nella prospettiva individuale.

Più volte, si è visto, il nostro accenna all’importanza della preghiera nel suo aspettp comunitario e liturgico. E in un nuovo foglio si sofferma miratamente proprio sulla “preghiera nella liturgia”.

Qui scrive:

Tutti i fedeli sono chiamati a partecipare alla vita della Chiesa, come nella polis dell’antica Grecia, attraverso la preghiera liturgica, come atto sacro rivolto a Dio, che esalta la sua gloria…

La celebrazione liturgica è una azione pubblica e sacra nella quale la comunità riconosce la propria identità. Preghiera liturgica e preghiera personale.

La preghiera personale diviene pubblica in quella grande famiglia che è il popolo di Dio, e la personalità si afferma nella cittadinanza della Gerusalemme Celeste, e insieme ai ministri celebra il mistero di Cristo.

La lettura delle Sacre Scritture è celebrazione liturgica;

il far conoscere le grandi opere di Dio, i magnalia Dei, è dovere di tutti: ecco la liturgia della parola che è bene sia praticata dai fedeli.

Pierluigi aggiunge poi che Cristo è soprattutto presente nel mistero liturgico, momento in cui Egli opera sui suoi fedeli raccolti, togliendo le divisioni, e tramite la verità e la carità ne garantisce la comunione.

E così continua:

Se una persona cerca Cristo deve entrare nella comunità dei fedeli, nella Chiesa che è cattolica, cioè universale, che riunisce in sé tutte le razze e tutti i popoli.

La Chiesa è presieduta da Cristo stesso;

Egli presiede ogni Chiesa locale, e il ciclo liturgico rinnova il grande mistero di Cristo presente nella Chiesa.

La liturgia fa propria la nostra esperienza quotidiana del tempo: alba, mezzogiorno, tramonto, sera, primavera, estate, autunno, inverno: snoda il tempo in significato sacrale.

Nella liturgia l’ “allora” delle azioni salvifiche di Cristo è l’ “adesso” nella preghiera comunitaria della Chiesa.

La preghiera è il vivere parola che ci dà la vita: la Parola di Dio.

La preghiera ha carattere comunitario, mette gli uomini vicini gli uni a gli altri: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera (Atti degli Apostoli 2,42).

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro (Matteo 18,20).

L’esempio di Gesù e degli apostoli c’insegna a pregare di continuo. La preghiera  deve essere vissuta  e l’uomo deve purificare il proprio cuore prima di pregare

La necessità di una preghiera costante si scontra proprio con quella realtà che dovrebbe coinvolgere e vivificare in una “metafisica del reale”.

Nel lavoro e in famiglia, in viaggio, in automobile, in aereo, nella vita di società, nelle conferenze, nella lettura dei giornali, davanti alla televisione o alla radio, l’uomo si inquieta del contingente, deve fare o dire, vedere, organizzare.

Abbiamo perduto la capacità di meditare, abbiamo perso il senso religioso nel suo valore reale e universale (f. 20).

Non sono pochi gli spunti che questa pagina offre. Con circolarità geometrica si apre e si chiude concentrandosi sul tema della preghiera. La parentesi sulla comunità cristiana e sul mistero liturgico ci permette di valutare poi l’importanza del trapasso dalla preghiera personale a quella comunitaria, che più di ogni altra azione mette a contatto ilfedele con Cristo, motore della fede e dei misteri. E per altro questa riflessione, che concentricamente si allarga, consente di accostarci anche a un secondo tema che ricorre perché profondamente sentito: l’assoluta centralità della comunità cristiana.